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Tra vent'anni nn sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che nn avete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain

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giovedì, 29 marzo 2007

Messa a fuoco

Per raccontare o descrivere bisogna essere in grado di leggere o vedere...

Per leggere o vedere bisogna essere in grado di mettere bene a fuoco... oppure servono un buon paio di occhiali.

Io gli occhiali ce li ho. Specsavers, promozione di qualche anno fa, non saranno fashion, ma il loro lavoro lo hanno sempre fatto dignitosamente pur venendo strapazzati e buttati in sacche da palestra o valigie.

Eppure nn riesco a mettere bene a fuoco lo stesso... il che significa che nn riesco bene a vedere e quindi nn riesco a descrivere. Vorrei.

Vorrei poter guardare e capire.

Soprattutto mi piacerebbe capire perche’ nn riesco bene a mettere a fuoco. Quando si tratta dei miei occhi lo capisco, c’e’ una spiegazione razionale, logica. Non lo capisco quando si tratta di nn riuscire bene a mettere a fuoco dentro di me. I sintomi ci sono, indizi anche... pero’ cambiano, si alternano... e comunque nn riesco a rielaborarli, leggerli e interpretarli... arrivare a una spiegazione convincente. Anche quando si tratta me, di solito sono bravo... almeno bravino.

Questa volta no. E nn so perche’.

 

In realta’ e’ quello che faccio nella vita... il mio “lavoro” (tra le altre) mi chiede di guardare i risultati di esperimenti e test fatti da me... guardarli e cercare di capirli, di scovare e interpretare un indizio... cercare una spiegazione in modo critico.

Anche se ti piacerebbe che la spiegazione fosse quella che cerchi tu... perche’ alla fine cerchi sempre di ‘dimostrare’ qualcosa e finisci con l’imbrogliarti da solo vedendo solo quello che vuoi vedere  e nn quello che nn vuoi vedere.

Che poi, nn e’ quello che facciamo sempre tutti?

 

La mia scrivania e’ coperta da carte...

Lo e’ da un paio di mesi, da quando mi e’ venuto in mente che una lampadina nn solo emette luce, ma ha anche un peso. E una lampada con la lampadina pesa piu’ di una uguale senza, anche se nn si accende. Banale. Ma di fatto ha rappresentato quello che sembra, sempre piu’, essere il punto si svolta di uno dei miei progetti, il piu’ difficile.

Cosi adesso la mia scrivania e’ coperta di carte... risultati miei e paper di altri, per cercare di interpretare i miei risultati, per riconoscere gli indizi e testarli di nuovo. Per poterli incastonare in una spiegazione piu’ ampia... per riuscire a leggere.

 

Forse ho bisogno di cambiare aria, di fare una pausa, due passi indietro... forse sono presbite dentro e miope fuori... forse sono cambiato... o sto cambiando... o forse nn c’e’ nulla da spiegare e gli indizi sono semplice risultato del caso...  ipotesi da testare.

Cicca e un bicchiere di vino con qualcuno che abbia voglia di ascoltare, che abbia voglia di ascoltare qualcuno che nn sa parlare.

postato da: BEARUK alle ore marzo 29, 2007 20:25 | link | commenti (2)
categorie: io
giovedì, 22 marzo 2007

Un ricordo

Ottava prova di angeli e diavoli

Apri’ gli occhi e rimase abbagliato da bianco e luce ovunque, lentamente le stanche pupille si ridussero e con un certo disappunto si trovo’ a fissare il contro-soffitto bianco e le luci dei neon... e lentamente, ma inesorabilmente, inarrestabile anche il dolore torno’. Dolore diffuso, sordo, invadeva il suo corpo ormai stanco, non conosceva tregua ne riposo... ma ancora per poco, tra poco sarebbe finita... niente più lotta, se lo sentiva.

Ripensò a suo nonno e a sua zia, entrambi se ne erano andati quando lui era poco piu’ che una ragazzino a pochi anni l’uno dall’altra... entrambi una sera avevano detto di essere pronti, che era tempo per loro di andare, che li stavano aspettando... deliri da farmaci, ma nessuno dei due lo aveva mai detto prima e nessuno dei due aveva poi superato la notte. Lo sapevano, lo sentivano, avevano smesso di resistere, di combattere... stanchi.

Anche lui era stanco.

L’infermiera venne a cambiargli la flebo, lui la guardo’ e cerco’ di sorridere, ma era talmente debole che non fu nemmeno sicuro di esserci riuscito, lei gli sorrise comunque prima di lasciare la stanza.

Cercando di non pensare al dolore, giro’ la testa per guardare fuori, vide le montagne lontano, sagome di cartone su uno sfondo violaceo... cerco’ di riempirsi gli occhi di quella vista, ignorando il neon riflesso sul vetro e la figura di un vecchio su un letto di ospedale...

Si volto’ di nuovo, guardando fisso davanti, chiuse gli occhi e senti una lacrima rotolare sullo zigomo. Fece un sospiro, riapri lentamente gli occhi e disse con un filo di voce: Sono pronto.

Chiuse gli occhi... – E cosi ci siamo – disse una voce familiare, riapri’ gli occhi sorpreso e si trovo’ di fronte uno strano figuro... sconosciuto eppure rassicurante in uno spazio completamente vuoto. Ci mise un attimo a rendersi conto che non provava piu’ dolore e che , a quanto pareva, era in piedi.

- Quindi è cosi che è... ci siamo veramente – finì la frase li perché sentì un nodo stringersi in gola e non voleva che se ne accorgesse dalla sua voce

- E’ come ognuno se lo immagina direi... ci siamo quasi, non del tutto...  il nodo in gola e i tuoi occhi lucidi lo stanno a testimoniare – fece una pausa – il distacco dalla natura umana non e’ facile, nemmeno per chi, come te, non sta partendo, ma di fatto, tornando a casa.

Memorie antiche riaffiorarono lentamente nella sua mente, ricordi di un altro mondo, ricordi senza tempo... immagini, e poi una frase “Visto che tanto sembri desiderare il mondo degli uomini, per 100 anni camminerai tra loro come uno di loro, ignorando chi sei veramente. Gioirai e soffrirai come tanto sembri volere, e quando sarà giunta l’ora,  ti sarà concesso di portare con te un ricordo, uno solo.”

Guardò la figura che gli stava di fronte, la quale imperturbabile disse – Raccontami il tuo ricordo. Tutto cio’ che mi racconterai, che descriverai e citerai, restera’ con te, tutto il resto andra’ perso.-

Chiuse gli occhi, per un attimo rimase sorpreso di quanto fosse calmo, probabilmente primi segni della sua natura angelica che cominciavano a tornare. Il suo cuore non ebbe dubbi e trovo’ subito un ricordo che valesse la pena portarsi dietro.

Fece un respiro profondo e, sempre ad occhi chiusi, comincio’ a raccontare quello che vedeva e sentiva ripescando in tanti anni passati.

- Scendo le scale saltellando, sono nella casa che i miei hanno al mare. A piedi scalzi sento il liscio freddo del marmo delle scale, arrivo al pian terreno, cammino sul pavimento di pietra nera, lo sento freddo e liscio, ma sento anche la sabbia che inevitabilmente ci si tira sempre dietro. Un temporale e’ passato da poco. Tutto un lato del soggiorno e’ costituito da porte-finestre che adesso sono aperte e lasciano entrare la luce del sole che e’ riapparso, e l’aria che e’ un miscuglio di profumi di pino marittimo e di pece, di salsedine del mare e di asfalto bagnato. La maglietta ‘tira’ un po’ sulla pelle salata per il bagno fatto la mattina. Mi affaccio dalla porta, guardo il cielo blu e bianco tra i pini... luccica, appena lavato. La casa e’ su una specie di collinetta, un’antichissima duna della spiaggia. Esco scalzo e corro giu’ in strada, sento l’erba bagnata e gli aghi di pino che pungono sotto i piedi, sento il profumo della corteccia di ogni albero che sfioro.

In strada c’e’ lei che mi aspetta. Occhiali da sole fume’, maglietta e pareo. Bellissima come sempre. Mi sorride. E’ arrivata da qualche giorno...

Ci conosciamo solo da qualche mese, e’ piovuta nella mia vita per puro caso. Probabilmente in un posto sbagliato, sicuramente in un momento sbagliato.

Andiamo assieme verso la spiaggia, sul lungo mare il vento continua a soffiare, le agita i capelli sul viso, mentre il suo sguardo fermo e’ su di me.

Sento la sabbia umida e ruvida sotto i piedi, l’acqua calda che ogni tanto mi bagna le caviglie e il rumore costante, respiro ritmico del mare, delle piccole onde che si infrangono sulla battigia. Non ricordo di cosa parliamo, non ha molta importanza, ricordo che compriamo un gelato, ricordo che ci sediamo sugli scalini che portano alla spiaggia, ricordo il sapore della vaniglia del gelato che si scioglie in bocca, ricordo il leggero ‘picchiettare’ della maglietta sulla pelle per il vento. Ricordo il mare, bellissimo blu e verde, ricordo il faro stagliarsi immobile e impassibile, ricordo i nuvoloni lividi che si allontanano e il sole che va e viene, ricordo le bianche vele delle barche che sono fuori...

Ricordo quel bacio... freddo di gelato, salato di salsedine, dolce... ricordo il calore sulle guance, ricordo le labbra morbide... e ricordo il suo sguardo dopo, tra zigomi rossi e capelli.

Lei aveva un compagno, una storia da anni, probabilmente un amore. Storia banale e straordinaria. Io stavo per ripartire. Non sarebbe dovuto succedere, non ci saremmo dovuti incontrare, non saremmo dovuti arrivare li. Eppure entrambi eravamo felici di averlo fatto. Avremmo pagato... avevamo reso tutto piu’ difficile. Ma sono sempre stato convinto ne valesse la pena. Abbozziamo un dialogo basato su ‘se’ e su ‘ma’... non credendoci veramente, per qualche minuto ci dimentichiamo di tutto, siamo soli io e lei, seduti davanti al mare ci accarezziamo le mani.

Squilla il cellulare, mi guarda... deve andare. L’accompagno alla macchina. Apre la portiera, si volta verso di me, un mezzo sorriso, un bacio, un bacio solo. La accarezzo il viso. Sorriso ed è andata.

Torno verso il mare, il vento è completamente cessato. Mi fermo a guardare il mare che si va calmando. Mi tolgo la maglietta ed entro in acqua... mi immergo e nuoto fino alle boe... sono da solo al largo, vedo il sole arrossire mentre scende. Sorrido sospirando mentre il nodo in gola si stringe.

Riaprì gli occhi – Questo è il mio ricordo, queste sono le sensazioni... vista, tatto, olfatto gusto e udito che voglio portare con me... che mi stringono il cuore... tu non sai cosa siano... io non sapevo cosa fossero... imperturbabile tu, come lo sono stato io... e come tornerò ad essere –

- Così sia. – disse – Una sola domanda: cosa è successo alla ragazza?

- L’ho rivista un altro paio di volte negli anni a seguire... ma non fu più la stessa cosa –

Chiuse gli occhi, gli riaprì... per un attimo il dolore torno fortissimo, il contro-soffitto sfuocò.

Chiuse gli occhi per l’ultima volta.

 

Non saprai mai se un ricordo è qualcosa che hai o che hai perso per sempre

Jan Luc Godard   

postato da: BEARUK alle ore marzo 22, 2007 23:26 | link | commenti (8)
categorie: angeli vs diavoli
lunedì, 19 marzo 2007

Ci sono volte in cui ODIO avere ragione!

E sono pure recidivo...

Come direbbero i veronesi: "Se la vi"... mavaffanculo.

 

postato da: BEARUK alle ore marzo 19, 2007 11:55 | link | commenti (2)
categorie:
domenica, 18 marzo 2007

Is it possible...

Passare 9 ore fuori, assieme a sei persone di sei nazionalità diverse, tra pub e club senza cena, ma con tanta birra e cmque tornare a casa per le 2 del mattino?

Tornare a casa mangiando un hamburger libanese e  trovare i nastri della polizia dall'altra parte della strada? 

Entrare in un pub irlandese con australiani e irlandesi all'una e mezza del giorno dopo?

Entrare in un pub irlandese, stracolmo di irlandesi, nel giorno di St. Patrick, per vedere partita Italia-Irlanda essendo l'unico a indossare la maglia dell'Italia?

Uscire da quello stesso pub quasi 9 ore dopo, dopo diverse pinte, alcune delle quali offerte da irlandesi?

 

Yes, it is.

postato da: BEARUK alle ore marzo 18, 2007 13:41 | link | commenti (1)
categorie: londra
mercoledì, 14 marzo 2007

Warning: Ego expanding

Ci sono diverse cose che mi piacciono del mio lavoro… nn mi si sente parlarne spesso perche’ sono assolutamente incapace di accontentarmi, le cose sarebbero sempre potute andare meglio, in modo piu’ veloce e i risultati essere piu’ convincenti o di maggiore impatto... ma ci sono diverse cose che mi piacciono del mio lavoro...

Uno degli elementi chiave nel riportarmi da questa parte della Manica lo ha giocato il mio capo che ogni tanto mi fa incazzare, ma che nella maggior parte dei casi mi piace... bambino sognatore, ottimista convinto, incurante di molti rischi vola altissimo... oggi sta ridendo e scherzando con un gruppo di operai in corridoio, domani e’ al parlamento europeo...

Una delle cose che mi piace del mio lavoro e’ andare ai meeting assieme al capo... un po’ perche’ finiamo sempre col combinarne una, un po’ perche’ ce l’ho li, nn mi scappa per tutto il tempo che ci vuole ad andare e a tornare e possiamo parlare di tutto, lavoro e non, un po’ perche’ abbiamo imparato ad affronatere meeting assieme. E generalmente ne usciamo entrambi soddisfatti...

Ricordo il primo con tutti e 4 i miei capi (supervisor), 2 dei quali mai visti prima. Dopo 5 minuti in cui tutti si compiacciono ed elencano aspetti postitivi dell’idea suggerita da uno di loro, il neo-PhD con ufficialmente una settimana di esperienza esordisce con un ‘No, nn credo possa funzionare’... anche Julian mi guarda perplesso,  spiego i miei motivi... attimo di silenzio e tutti concordano... sorrido e Julian anche.

Sorridevo anche l’altro ieri a Oxford... adesso la ‘prassi’,mai stabilita a tavolino, e’ che Julian inizia a parlare, spiega velocemente le cose e introduce il mio punto di vista a riguardo... mi da il via, mi scioglie il guinzaglio e io comincio. Anche ieri, dopo aver visto i risultati, ho detto la mia, dove andare e quello che secondo me vale la pena provare assieme... in fondo il progetto e’ mio.

Finiamo, ci rivedremo per una collaborazione, saltiamo in macchina, il capo si fa dare ‘il cinque’, torniamo verso Londra di corsa, lui ha un altro meeting, io guardo fuori dal finestrino e nn posso nn sorridere...

postato da: BEARUK alle ore marzo 14, 2007 11:20 | link | commenti (3)
categorie: di esperimenti e lab
sabato, 10 marzo 2007

Due settimane fa: Scozia 17 - Italia 37

Oggi: Italia 23 - Galles 20

FANGO E GLORIA!

postato da: BEARUK alle ore marzo 10, 2007 19:20 | link | commenti (1)
categorie:
giovedì, 08 marzo 2007

Settima prova,

Il libro di Helel

 

‘Sarà meglio muoversi, il sole è ormai calato e tra poco sarà notte’ penso’ tra se e se guardando verso le dune lontane.

Come spesso accade nel deserto, al crepuscolo il cielo mostrava tutta la sua bellezza cambiando quanti più colori possibili, da un forte arancio verso un morbido rosso scurendosi verso un livido blu, mentre una luna benevola e rosa si affacciava tra le dune e la prima stella luccicava timida al suo fianco, impaziente di brillare al suo massimo.

Come spesso succedeva tutti gli altri se ne erano già andati a casa, dalle proprie famiglie, mogli o amanti... rimaneva lui... un po’ perché non aveva una gran vita sociale, un po’ perché gli piaceva restare da solo a camminare tra gli scavi nelle vecchie pietre, le sentiva più vicine, più sue... e poi quella era l’ora migliore quando il caldo soffocante finalmente mollava un po’ la presa e l’aria diventava più piacevole.

Era qualche giorno che lavoravano attorno al ritrovamento di questa lastra di pietra scurissima, diversa da tutte le altre pietre li attorno, massiccia giaceva per terra, ma non sembrava essere caduta, anzi, fatto ancora più difficile da capire, sembrava essere stata usata come base su cui era stata costruita una parete che impediva la completa visuale di quelle strane incisioni, sembravano formare un testo, ma  non riusciva a decifrare esattamente la lingua in cui era stato scritto. Forse un antico dialetto andato perso? Ma poi, che scopo aveva una lastra di quelle dimensioni posata a terra? Visto che era diversa da tutte le altre, da dove arrivava? Come avevano potuto trasportare un simile ingombro tutto d’un pezzo? E poi, se era cosi importante, perchè usarla semplicemente come base per una costruzione che doveva essere stata imponente e che impediva la lettura di quanto inciso? Il tutto sembrava non avere senso e questo lo incuriosiva, era diventata una sfida... cosi stava li, seduto, a fissare lastra e parete.  

La luna e Venere cominciavano a diventare le vere protagoniste, prendendosi tutto il palco celeste e ormai diventava difficile leggere le incisioni da dove era, si alzò in piedi, frugò nella tasca della camicia e ne tirò fuori un sigaro un po’ storcinato, lo inumidì con le labbra e lo accese con evidente soddisfazione. Fece una prima boccata e una densa nuvoletta di fumo si alzò verso il cielo, si rimise il sigaro in bocca, si chinò per raccogliere un raschietto e fece per avvicinarsi alla parete. Proprio in quella inciampò goffamente contro lo spigolo della lastra finendo tutto sbilanciato in avanti, picchiò l’avambraccio contro la parete nel tentativo di proteggersi la faccia e finì col farsi un taglio col raschietto che teneva nella stessa mano. Mezzo imprecando appoggiò un ginocchio sulla lastra, si guardò il braccio passandovi le dita dell’altra mano per vedere quanto sanguinasse... ‘Niente di serio’ pensò mentre con la stessa mano fece per raccogliere il sigaro che nel frattempo gli era cascato sulla lastra. Non si accorse che proprio un attimo prima di agguantare il sigaro una goccia di sangue si staccò dalle dita e cadde affianco alla brace rovente, vide solo una linea ondulata, un’onda, rossa propagarsi su tutta la lastra a partire da dove giaceva il sigaro, da inginocchiato di scatto si buttò all’indietro finendo seduto su una collinetta di sabbia. L’onda finì la sua corsa sulla faccia superiore della lastra, girò sul bordo e sembrò infilarsi sotto. Tutto tornò tranquillo. Stava ancora osservando la lastra con gli occhi sgranati quando un soffio, un respiro che sembrò venire da sotto di essa spostò la sabbia da tutt’attorno.

Un suono elettronico e completamente fuori contesto lo strappo’ dallo stato di shock in cui si trovava, era il cellulare che stava suonando all’impazzata, si sollevo’ in piedi e istintivamente ando’ a frugare nel suo zaino finche’ nn trovo’ l’auricolare, se lo mise all’orecchio

‘Pronto?’

‘Ehi Aburek, tesoro, tanti auguri!’

Era una  bella voce di donna, una voce di una bella donna... la sua... dall’altra parte del mondo, per qualche istante gli fece dimenticare quanto appena successo

‘Ciao amore, bello sentirti... auguri? Per cosa?’

‘Come per cosa? Lo sai che giorno e’ oggi? E’ il 3 agosto! Buon compleanno’

‘Ah, gia’... vero’ la sua attenzione era di nuovo per la lastra, la fisso’ avvicinandosi lentamente

‘Amore, stai bene...’

‘Si, si certo, sai che non do molta importanza a queste cose’

‘Lo so, ma... boh, mi sembri assente nell’ultimo periodo... piu’ del solito intendo’

Dovette accantonare la sua curiosita’ ancora per qualche momento, alzo’ lo sguardo verso il cielo che era ormai divevantato nero a sua volta ‘No, no, ci sono tesoro... e’ solo che sono nel mezzo di mille cose... scusami... Sto bene, a che ora arrivi martedi?’

‘Atterro alle 6 di sera... ancora due giorni non vedo l’ora’

‘Anche io, il miglior regalo di compleanno... amore devo andare adesso, ci sentiamo dopo o domani, va bene?’

‘Mi trascuri...’

Sorrise ‘Non ti trascuro... ma adesso non posso proprio... scappo, bacio’

‘Va bene’ sopiro’ lei ‘ un bacio’

Si tolse l’auricolare e lo lancio’ nello zaino... ‘ 2035... 33 anni, poco da festeggiare’ disse ad alta voce facendo un sospiro mentre tornava verso la lastra

Il ‘soffio’ che sembrava essere venuto da sotto la pietra stessa aveva messo in luce una spaccatura, una fessura alta qualche centimetro che sembrava correre di fianco sotto alla lastra, prese uno scalpello per cercare di capire quanto potesse allargare quella fessura scavando sotto di essa. La lastra sembrava ora essere una specie coperchio posato su una specie di vasca, tipo un sarcofago. Riusci’ a sbriciolare parte della roccia su cui posava la lastra allargando la fessura di ancora qualche centimetro, abbastanza da infilarci la mano, se la puli’ velocemente sui pantaloni per togliere la sabbia che si era attaccata su quel po’ di sangue che c’era ancora e la infilo’ lentamente nella fessura. Un altro soffio, un altro respiro soffio’ aria da sotto la lastra e gli fece ritrarre la mano di scatto. Tutto torno’ tranquillo, ritento’... questa volta tutto sembro’ andare bene, infilo’ tutta la mano, dentro fino al gomito, si abbasso’ per arrivare fino alla spalla. Gli venne in mente quando da ragazzo andava a pesca di polipi in apnea e infilava il braccio nella tana, il trucco stava nel non avere fretta, nell’aspettare che il polipo gli si avvinghiasse attorno  per bene, abbastanza da poterlo poi trascinare fuori. Tocco’ qualcosa. Ritrasse la mano di scatto di qualche centimetro, prima di risospingerla in avanti di nuovo, penso’ a quanto sarebbe stato poco divertente se quella fosse diventata la tana di un serpente velenoso. Tocco’ di nuovo qualcosa... qualcosa di inerme per fortuna. Sembrava un parallelepipedo, una scatola... la tiro’ verso di se. Dovette armeggiare non poco per riuscire a tirarla fuori da sotto la lastra, ma alla fine ce la fece. Si scrollo’ grossolanamente la sabbia di dosso, si fermo’ un secondo a massaggiarsi la cicatrice sulla spalla che in certi momenti continuava a dargli un prurito insopportabile, infine raccolse lo zaino e si avvio’ verso il piccolo campo di tende approntato li vicino tenendo lo sguardo fisso sulla scatola di pietra che aveva in mano.

-continua qui-             

postato da: BEARUK alle ore marzo 08, 2007 19:32 | link | commenti (3)
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domenica, 04 marzo 2007

Ti ho accompagnata a casa, perche' vai a sud anche tu, perche' ne avevo voglia... perche' e' un gioco, perche' e' sbagliato ma nn me ne frega nulla e perche' mi piace perdermi e ritrovarmi in questa citta'...

Quartiere nuovo, mani in tasca musica nelle orecchie in giro per strade e stradine, asfalto bagnato alle 3 della mattina, ma nn piove... guardare faccie della gente che passa, cercare un autobus che vada a casa, quattro chiacchiere con un ubriaco... mi accendo una sigaretta ripensando ai dialoghi e alla serata.

Sorrido senza un motivo, ma solo da un lato della bocca.

postato da: BEARUK alle ore marzo 04, 2007 17:00 | link | commenti (1)
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